A SALERNO: SCIOPERO INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI PORTUALI
PORTI DI PACE, A SALERNO IL BLOCCO COME LOTTA
Dopo quelle di settembre e ottobre 2025, lo scorso 6 febbraio segna un’altra data storica. Dall’Europa continentale al Mediterraneo, è stata una giornata di sciopero e mobilitazione internazionale dei lavoratori che, ha trasformato rivendicazioni sindacali in un atto politico concreto e dirompente. Un’iniziativa nata dal basso, dai lavoratori portuali, che ha coinvolto le comunità critiche e resistenti della società civile.
Le richieste sono chiare e inseparabili: pace, libertà, dignità e diritti. Si esige la riconversione dei porti in luoghi di pace, liberandoli dalla complicità logistica nei conflitti militari. Si denuncia l’economia di guerra come vero motore del taglio dei salari, dell’erosione delle pensioni, della precarietà e delle morti sul lavoro. L’obiettivo, tattico e strategico, è il blocco delle spedizioni di armi, in particolare verso Israele, reclamando quell’embargo commerciale che i governi negano.
Questa lotta senza tregua alle guerre si inserisce nel più ampio percorso di opposizione ai piani di riarmo e militarizzazione dell’UE, cavalli di Troia per imporre privatizzazioni, automazione selvaggia e l’attacco finale alla dignità del lavoro in tanti ambiti già negata nella fabbrica sociale di produzione che tutti ci rende schiavi. È stata una giornata di scioperi, presidi e cortei in diverse città del mondo, oltre ogni confine nazionale. In Italia, lo sciopero e i presidi hanno fermato i porti di Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari. La mobilitazione è dilagata in Europa e nel Mediterraneo. Ma un’onda di solidarietà è arrivata anche dall’America Latina e dagli Stati Uniti, confermando il carattere globale della lotta.
Un’immagine potente di questa determinazione viene da Salerno. Qui, un presidio tenace di attivisti e studenti, con docenti e lavoratori di altri comparti, ha bloccato, anche sotto la pioggia, fino a sera, l’accesso al porto, stendendo come barriera un’enorme bandiera palestinese. Quel blocco non era una protesta simbolica: era un atto preciso di lotta. Un rifiuto operativo a fare del porto un hub per il traffico di armi e una contestazione netta a un modello di sviluppo che sacrifica la sovranità collettiva e i beni comuni agli interessi privati.
Questa giornata è la continuazione necessaria di un percorso. Dimostra che l’unione dei lavoratori oltre ogni confine nazionale non è un’utopia, ma l’unica strategia possibile. È la pratica della solidarietà internazionale che si fa strumento di lotta, unendo le battaglie per la libertà e la dignità di ogni essere umano, in ogni posto di lavoro, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni porto di mare. (Il fantasma)
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